Sistema operativo: una scelta di società

Non mi aspettavo, lo confesso, tanta attenzione per la mia riflessione critica di ieri. Sono rimasto molto colpito dal numero di commenti e dalla loro qualità, e non perché dubiti del pubblico di tevac, ma perché ero orientato a credere che ognuno avesse i lettori che si merita: sono contento di sfuggire alla regola e di avere lettori ben al di sopra dei miei meriti!

Ricorre nei commenti una certa solidarietà ed un condividere la stessa idea, un orientamento però altrettanto spesso sopraffatto dalle scomodità che derivano dal cambiare piattaforma, inevitabilmente. La colpa di questi problemi di adattamento, lo sappiamo bene non è tanto del sistema operativo verso il quale si va, che sarebbe meno buono o efficace del suo predecessore, ma innanzi tutto, del cambiamento stesso, del perdere dei punti di riferimento e dovere lavorare per costruirne di nuovi.

Per cambiare ed affrontare le difficoltà che questo comporta, serve quindi un buon motivo: questo è il mio, che implica una piccola e sana dose di filosofia e viene elaborato a partire dai pensieri espressi da Benjamin Bayart e Tristan Nitot.
Questo appunto fa parte delle mie riflessioni sul codice aperto come necessità morale.

Definizione dell’uomo e della società

Lo sappiamo bene: una delle definizioni dell’uomo è quella di “animale sociale”. Icastica, la formula rischia di fare passare inosservate le sue implicazioni concrete, che ci sono però ricordate da più storie.

Il protagonista di una di queste è Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero, uomo dalla grande intelligenza che ci è ricordata dal suo amore per l’Italia, la scuola di Palermo, fondamentale per l’evoluzione della lingua italiana, e l’università di Napoli a lui intitolata.
Intelligente e dunque curioso, Federico II decise un’esperimento per scoprire quale fosse la lingua originale dell’uomo: se gli si parla, un bambino adotterà la lingua che sente, ma senza stimoli esterni, manifesterà la lingua propria dell’uomo. Dei bambini sarebbero quindi stati cresciuti con delle interazioni estremamente limitate, volte solo ad assicurarne le necessità fisiche per la sopravvivenza, per scoprire quale sia la lingua naturale dell’uomo.

Esito? I bambini morivano: le cure fisiche non sono sufficienti ad assicurare la sopravvivenza degli individui, che necessitano allo stesso modo di interazioni sociali, un elemento del quale si può trovare ulteriore conferma nei lavori sulla linguistica generativa trasformativa di Noam Chomsky.

La definizione dell’uomo come animale sociale sottolinea quindi due ordini di necessità ai quali egli è sottoposto: quelle corporee, comuni agli animali, e quelle di comunicazione, che sono soddisfatte dalla vita in società.
Resta quindi da definire la società: abbiamo già capito che questa supera i singoli ed anzi li lega, e possiamo quindi vederla come la sommatoria delle interazioni tra gli individui.

Il computer, fattore sociale

Prima di diventare ciò che conosciamo oggi, il computer è stato il calcolatore: uno strumento per compiere un lavoro. Con l’arrivo di internet, e, soprattutto, del web, il computer però muta la sua funzione: non è più semplicemente lo strumento con il quale portare a termine un lavoro, ma diventa anche e soprattutto uno strumento di comunicazione.

Mettendo in contatto due o più persone, il computer muta le interazioni sociali e quindi trasforma la società. Questo non manca però di avere un effetto ulteriore: determinato dalla società in cui vive, l’uomo evolve di conseguenza, per via della trasformazione della società causata dal computer. Sia chiaro: non è un’evoluzione genetica, ma etologica, quindi che riguarda il suo comportamento; meno permanente, forse, ma non meno importante.

Siamo tutti coscienti dell’impatto colossale del computer nelle nostre vite, ma, almeno per me, questa formalizzazione rende ancora più evidente come esso non sia semplicemente uno strumento, ma un elemento che dà forma alla nostra società, e quindi a noi.

In quest’ottica poi, il funzionamento del computer non è più una questione individuale e personale: i dettagli tecnici di quello che il computer ti pemette e ti vieta assumono una maggiore rilevanza, perché restringere la libertà di usare l’apparecchio o di installare applicazioni significa limitare la tua possibilità di interazioni, ed ha quindi delle conseguenze sulla società.

Il governo del tuo computer diventa quindi un modello di governo delle interazioni sociali, della società: il sistema operativo che ti cela le leggi che ti obbligano, che ti fa sottostare all’arbitrio di invisibili censori sulle applicazioni che ti sono disponibili e che antepone regole commerciali alla tua libertà, questo sistema operativo è un modello sociale distopico che nessuno vorrebbe vedere applicato alle strutture democratiche. Applicato alle nostre macchine è meno patente, ma altrettanto pericoloso ed inaccettabile.

Sono pronto a stare scomodo, se questo significa rifiutare una struttura sociale antidemocratica, nella quale gli individui soggiacciono ad occulti interessi monetari senza possibilità di scegliere o di opporsi. Sono pronto a scegliere la libertà, anche se non garantisce un posto in poltrona.


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