Di Google, Stato e riservatezza

Tramite una segnalazione di Andrea Rizzato, ho letto il commento di Lucio Bragagnolo alla recente notizia che riguarda Google, del quale approssimazioni e confusioni mi hanno spinto ad appuntare qui una breve e rozza disanima che può valere come secondo episodio delle mie riflessioni sul perché non mi piace Google.

La premessa

Il fatto

Le discussioni prendono le mosse dalla notizia che un utente di Google è stato arrestato dopo che nella sua posta elettronica sono stati trovati contenuti pedopornografici, questi hanno causato una segnalazione alla forza pubblica che, perquisendo l’abitazione dell’individuo, ha trovato altro materiale analogo.

L’opinione

Il fatto ha comprensibilmente causato interrogativi relativi alla questione della riservatezza della corrispondenza elettronica. Lucio Bragagnolo rifiuta la strada della semplicità e preferisce sorprendere sposando la tesi “Mi preoccupa più lo Stato di Google“.

Già, perché

Lo Stato vuole sapere assolutamente tutto di tutti, dispone di anagrafi immense e riceve costantemente informazioni amministrate in modo non sempre trasparente. È notorio che lo Stato utilizzi in modo pesantissimo le intercettazioni telefoniche, all’insaputa degli intercettati e non è detto che si tratti solo di uomini politici o capitani di industria. La tecnologia dei censimenti è preistorica ma capillare, che si abbia Internet o meno. Se c’è bisogno di sapere di più su qualcuno, in ogni agglomerato sta una caserma dei Carabinieri, forti di dossier confidenzialissimi ben più estesi di quanto si immagini.

Delle pretese verità assiomatiche che permettono all’autore di mettere sullo stesso piano Google e Stato:

Google chiede informazioni in cambio di servizi. Lo Stato chiede informazioni e denaro in cambio di servizi.

E la conclusione è supportata dalla profonda ed acuta analisi delle vie di ricorso

Se temo Google, posso rivolgermi allo Stato. Se temo lo Stato, non posso rivolgermi ad alcuno.

La disanima

Finalità

Si potrebbe discutere della fondatezza delle affermazioni assiomatiche di Lucio Bragagnolo sulle informazioni raccolte dallo Stato, ma preferisco partire da altro: la finalità.
Nella notte tutte le vacche son nere, e nel discorso di Bragagnolo tutti gli attori son malintenzionati: se Google è cattivo perché spia la posta elettronica ed è pronto a denunciarti, lo stato è cattivo perché “se c’è bisogno” la forza “ha dossier“ e fa uso “pesantissimo delle intercettazioni telefoniche”. Ossia: se lo Stato può fare del male, allora lo Stato è cattivo: la conclusione non manca di una certa capacità intuitiva, che può tuttavia essere raffinata. Lo Stato può senza dubbio rivelarsi cattivo in tali frangenti: basta questo per caratterizzarlo fondamentalmente?

Come ben sa chi è familiare con il concetto The Purpose of a System Is What It Does (ed anche chi ha letto la mia indegna volgarizzazione, segnalata in calce), per capire un sistema è necessario analizzarne la finalità.
La finalità dello Stato è organizzare la convivenza di una popolazione che insiste su un medesimo territorio arrogandosi il monopolio della violenza, bandita quindi dalle interazioni dei cittadini: se hai un disaccordo con Caio non gli spacchi la faccia, ma chiedi allo Stato di intervenire al tuo posto. Una definizione tra le altre possibili, certamente incompleta ma non credo menzognera e che non credo permetta di insinuare della programmatica malvagità dello Stato. Si potrà certo parlare di singoli episodî condannabili: usi impropri delle istituzioni; basta una minima familiarità con il concetto per non fare confusione.

Qual’è la finalità di Google? Vendere annunci pubblicitari. Per aumentare la redditività della vendita la società prepara annunci personalizzati, realizzabili solo acquisendo grandi quantità di informazioni sugli utenti. Il fine di Google è acquisire il maggior numero possibile di informazioni per fare mercimonio dell’attenzione degli individui. La sua stessa ragion d’essere è quindi radicalmente opposta alla riservatezza degli utenti.

Informazioni

A fronte delle informazioni che, nella realtà o nell’impaurita fantasia di Lucio Bragagnolo, accumula lo Stato sul suo cittadino, cosa riesce a sapere Google di un suo utente?

Tramite Gmail

  • Identità dei suoi corrispondenti.
  • Volume e frequenza della corrispondenza, totale e per singolo corrispondente.
  • Contenuto della corrispondenza (testo ed allegati).
  • Acquisti effettuati in linea (beni e servizi).
  • Centri d’interesse (tramite le sottoscrizioni a newsletter).
  • Localizzazione approssimativa dell’utente, al momento.

Tramite la ricerca

  • Interessi, paure, stato di salute, orientamenti sessuali, politici, religiosi…
  • Localizzazione approssimativa dell’utente, al momento.

Tramite il servizio di DNS

  • Il 100% delle pagine web richieste.
  • Localizzazione approssimativa dell’utente, al momento.

Tramite il navigatore Chrome

  • Il 100% delle pagine web richieste.
  • Contenuto delle stesse.

Tramite Android

  • Localizzazione precisa dell’utente, sempre (quasi).
  • Movimenti effettuati durante la giornata (possibilità di analisi predittiva della salute dell’individuo).
  • Tutti i contatti.
  • Telefonate e messaggi: entranti ed uscenti, interlocutori e durata.
  • Presenza di un microfono e di due macchine fotografiche potenzialmente costantemente attivi (in certi apparecchi ufficialmente sempre attivi).
  • Documenti presenti sul dispositivo.
  • Ogni rete wireless presente, associata al suo numero di serie ed alle sue coordinate geografiche.

Tramite Google Fiber o Project Loom

  • Ogni singola attività dell’utente che coinvolga internet.

Mi fermo, non perché la lista sia esaustiva, bensì perché mi rende esausto. Ma non dimentichiamo che presto, grazie ad alcuni gonzi capaci di pagare delle forti somme, Google saprà anche tutto quello che vedono i proprietari di Google Glass.

Lascio che ciascuno si chieda se è una buona cosa che tutte queste informazioni siano nelle mani di un soggetto la cui attività economica è la vendita di informazioni e se e come queste informazioni possano essere confrontate a quelle che lo Stato raccoglie sui cittadini.

Proporzionalità

Google prende informazioni e dà servizi. Lo Stato prende informazioni e danaro e dà servizi. L’equivalenza che Lucio Bragagnolo stabilisce tra Google e Stato (la rozzezza della forma espressiva è la mia: ciascuno fa quel che può) funziona solo a patto di dimenticare un piccolo dettaglio: quantificare. Quantificare informazioni, denaro e servizi: Google richiede forse più informazioni per meno servizi? Aspettate, vado a fare i conti, perché così, a occhio e croce, proprio non saprei dire…

Sapere è potere

Esistono poi delle importanti differenze da non trascurare riguardo alla raccolta delle informazioni. Una prima riguarda la modalità: lo Stato gestisce le informazioni conferite dai cittadini, mentre spesso Google le carpisce al passaggio.

Un secondo aspetto è la selezione: mentre Google opera una raccolta indiscriminata di tutte le informazioni, lo stato seleziona quali operazioni raccogliere e quali no. Alla base di tale scelta non stanno solo una necessità pratica ed i limiti tecnici, ma anche una profonda consapevolezza degli usi potenziali delle informazioni. Esiste a livello nazionale la consapevolezza che meno di un secolo fa si rischiava la morte, civile o biologica, per i propri gusti artistici, musicali, la propria religione, la propria etnia, le proprie opinioni politiche, le preferenze sessuali: è per questo che lo Stato non raccoglie certe informazioni, per il potenziale uso negativo che può esserne fatto. Raccogliere un’informazione significa poterla usare, e le stesse informazioni possono essere usate per aiutare o per danneggiare i singoli. Google raccoglie tutte le informazioni, le custodisce ed è pronto a farne mercimonio.

Sfuggire

Va senza dubbio dato merito a Lucio Bragagnolo, vecchio attore della rete in Italia, di grande autonomia ed anche coraggio, data la facilità con la quale valuta l’opzione di rinunciare definitivamente ad Internet.

Con una differenza: posso spegnere tutto e sparire dagli occhi di Google ora. Con lo Stato è impossibile.

Qui sembra di dover capire che Bragagnolo non si stia scagliando contro lo stato italiano, ma piuttosto contro lo stato nazionale in generale: se l’espatrio non è un rimedio all’ingerenza dello stato, quello che egli teme è l’istituzione stessa.
L’autore trascura ovviamente di analizzare quali sarebbero le conseguenze dello “spegnere tutto”: quale vita continua dopo questa soluzione tanto immediata e semplice per sfuggire a Google? E confesso che alla mia mente semplice e corrotta dal contatto con le tecnologie numeriali sembra difficile stabilire una differenza radicale e sostanziale tra una vita senza mai ricorrere ad Internet ed il ritirarsi in un angolo della terra nella quale vivere senza contatto con alcuna istituzione statale, in autarchia.

Rendicontazione

Conto nel soccorso di qualcuno più illuminato di me per capire come lo Stato, indubbiamente e fondamentalmente cattivo sin dall’inizio della sua riflessione, appare a Bragagnolo come un valido garante di fronte alle esagerazioni eventuali di Google.

Se temo Google, posso rivolgermi allo Stato. Se temo lo Stato, non posso rivolgermi ad alcuno.

Quello che invece mi è chiaro è che agli occhi dell’autore lo Stato è un sistema monolitico ed assoluto. Vale quindi la pena di ricordare il principio di separazione dei poteri, il sistema di poteri e contropoteri alla base delle costituzioni degli stati moderni, ed il fatto che le numerose e molteplici funzioni cui la macchina statale deve far fronte sono assegnate a diverse sezioni dell’amministrazione. Di certo Bragagnolo, beato lui, non ha mai subito il rimpallo tra diversi uffici o ricevuto risposte contraddittorie da distinti corpi dell’amministrazione nazionale. Ma son dettagli: si tratta solo di inezie.

Ciò che veramente lascia interdetti è che con questa affermazione Lucio Bragagnolo dichiara di preferire un sistema commerciale ad uno democratico.
Se, come nella versione cinematografica dell’inchiesta sul Watergate, ci imponiamo di seguire il flusso di danaro, vediamo chiaramente che Google ha dei forti obblighi nei confronti degli inserzionisti pubblicitari ma, soprattutto, nei confronti dei suoi azionisti: è a loro che deve rendere conto e sono loro che orientano la sua azione.
Lo Stato prende danaro dai cittadini: Bragagnolo sembra considerare il fatto con indignazione (Google si accontenta di informazioni), ma dimentica che al prelievo finanziario corrisponde un dovere di rendicontazione, e che questo prende forma (anche) nell’esercizio del voto.

È da circa due secoli che gli stati nazionali sono costruiti sul principio che ha guidato le rivoluzioni liberali del mille e ottocento: all’esazione delle tasse deve accompagnarsi una rappresentazione degli interessi del tassato: no taxation without representation.
Se posso quindi timidamente formulare un consiglio, invito Lucio Bragagnolo ad esplorare la possibilità di rinunciare alla visione dello Stato come Leviatano. Per tutti, invece, vale l’incoraggiamento a considerare che Google non debba essere il Re che garantisce la nostra serenità. Tanto più che Google agisce sempre più come “una sovra-autorità, privata, sovranazionale”: quella di Stefano Quintarelli non è un’impressione, ma una constatazione dei fatti.

La mia opinione

Vorrei infine esprimere una mia valutazione della vicenda.
Nel suo intervento Lucio Bragagnolo cerca di analizzare la situazione evitando “le banalità monofrase”. Io invece sono costretto ad avervi ricorso: un po’ perché sono stufo di scrivere (e chissà tu di leggere!), ed un po’ perché è questo lo strumento che più si attaglia alla raffinatezza del mio pensiero.

  • Pedofilia = brutto.
  • Ispezione automatizzata e-pistole = brutto.
  • Ispezione automatizzata e-pistole = violazione riservatezza.
  • Ispezione automatizzata e-pistole = non solo contro pedofilia.
  • Ispezione anti pedofilia: non solo Google.
  • Usare Google = brutto.
  • Usare Google e aspettarsi privacy = ingenuo/contraddittorio.
  • Non usare strumenti di cifratura da capo a capo con protocolli aperti e verificati come l’insostituibile PGP e poi temere la violazione della riservatezza della propria corrispondenza elettronica quando sono almeno 12 i punti nei quali un messaggio e-pistolare può essere intercettato –messaggio che, ricordiamo, di base viaggia in chiaro ed è quindi visibile a tutti come una cartolina è leggibile da tutti i postini, e che comunque anche quando cifrata espone in chiaro le intestazioni = ingenuo/contraddittorio. E pure brutto. Molto.

Rinvii

10 Commenti

  1. Ne nascerà un bel dibattito (costruttivo, spero) da questo articolo.
    Aggiungo una cosa, ma non ne sono sicuro: Google credo abbia le mani anche su WhatsApp e i suoi messaggi, o sbaglio?

    • Google ha il suo servizio di messaggistica (GTalk / Hangouts), ma non ha WhatsApp: WhatsApp è stato acquistato da Facebook. Anzi, grazie del commento, che permette di sottolineare come, non ostante io ce l’abbia con Google, il discorso fatto può applicarsi anche agli altri grossi predatori del web, come, appunto, Facebook (ma anche Microsoft, Apple, Amazon…).

  2. So di avere scritto troppo, oltre cinquemila battute. Però le prime tremila sono fondamentali per comprendere le ultime duemila e qui mi paiono ignorate.

    Cercherò di dare risposta sensata a tutte queste dodicimila.

    Un grosso grazie intanto per la considerazione.

    • Grazie a te della risposta, Lucio.

      Non hai scritto troppo, almeno non per me. Conti delle battute non ne so fare (altrimenti non avrei scritto tanto): come vedi non ho mai imparato a scrivere, men che meno fare da conto. Il punto è che da “La questione ridotta all’osso” a “gli diamo denaro” il discorso è limpido e condivisibile (con qualche dimenticanza, a mio parere). Sul nocciolo di questa prima parte siamo d’accordo, come ha letto chi è arrivato incolume agli ultimi tre punti della mia valutazione sintetica.
      La parte successiva secondo me è fondamentalmente sbagliata nelle premesse. Il confronto tra Google e Stato per me è non solo falsato, ma inaccettabile (non si sa mai, magari non sono stato chiaro, eh).

  3. Mi fanno paura entrambi, sia google (il capitalismo rapace), sia lo stato (reazionario). Interessante questa discussione con radici anarco-comuniste.

  4. Per come lo conosciamo, quello liberale lo é, nelle sue propaggini liberiste, quello socialista lo è, nelle sue propaggini staliniane. Quello democratico esiste? Lo stato democratico è forse quello rivoluzionario permanente, che è votato alla sua estinzione, con la creazione di un collettivo di persone che si autodeterminano.

    • Non sono sicuro di concordare sulle propaggini liberiste (le definirei diversamente), ma rispondere mi porterebbe a sconfinare un po’ troppo verso la politica. Fermiamoci qui 🙂

    • Grazie della segnalazione: visto e letto. Niente risposta questa settimana, però, consacrata a The Pirate Bay 🙂

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