Sulle armi informatiche: no, non “solo strumenti”

Vorrei che si smettesse di dire che lo strumento è neutro, o se non altro, che si smettesse di crederlo.

Chi non ha visto l’ultimo film di Spike Lee, Old Boy ha fatto bene. Chi invece l’ha visto, be’… se non altro ha potuto cogliere, nella scena di apertura, la presenza fugace di un cartello con la scritta “Guns Don’t Kill People Do“: grossomodo “Le pistole non uccidono, sono le persone a farlo”. Si tratta di una frase che con la sua correttezza formale deforma un discorso. Certo, non sono le pistole ad uccidere, ma le persone che se ne servono. E tuttavia, in che modo la pistola modifica il comportamento omicida umano, Lo rende più semplice, più facile, più comune?

Un altro esempio che ho presente in questi giorni è la frase, ancora più fastidiosa, usata da trafficanti d’armi informatiche ed altri simili (secondo me almeno) gaglioffi digimatici: “è solo uno strumento”.

Gli strumenti: usi proprî ed improprî

  • “Una penna può servire a scrivere una poesia d’amore così come a firmare una condanna a morte”
  • “Se usato dalla mano giusta un martello può servire a costruire una casa, se usato dalla mano sbagliata può rompere una testa”

Che abbiate già sentito o meno frasi simili, è probabile che le ultime righe vi abbiano fatto annuire: come nel caso precedente si tratta di frasi formalmente corrette, ma strutturate in modo da nascondere dei punti importanti, o almeno uno di certo.

Uno strumento non viene realizzato in seguito ad un raptus, ad un’inspiegabile flusso di ispirazione, ma di fronte ad una necessità ed alla voglia di farvi affrontarla, risolverla. Che la necessità dello strumento ne preceda la creazione permette di ricordarlo anche la definizione stessa di esseri umani, sul piano etologico, che io conosco (qui di seguito esposta con parole mie):

l’uomo è l’animale che, per affrontare le sue necessità, realizza degli strumenti, li conserva e li migliora nel corso del tempo

Non esiste uno strumento realizzato senza scopo alcuno, come ben stigmatizzato da Louis Sullivannella famosa anafora di F: Form Follows Function, ossia la forma è conseguenza della funzione dello strumento.

La nascita di uno strumento segue quindi un ciclo:

  1. Sorgere di una necessità
  2. Individuazione di una maniera di assolverla
  3. Realizzare ciò che permetta di “percorrere la traiettoria della maniera individuata” fino a soddisfare la necessità.

La conseguenza è che nello strumento si può leggere l’impronta della funzione che deve assolvere, della traiettoria che deve percorrere: una penna deposita inchiostro su una superficie porosa; un martello applica molta forza su una superficie ridotta tramite un materiale di grande durezza e solidità. Usare una penna come freccia? Possibile, ma non è per questo che è stata realizzata; usare un martello come fermaporta? Volendo si può fare, ma è un uso non contemplato nella fase di creazione dello strumento: non è un uso proprio, legittimo, ossia in accordo con la concezione dello strumento, ma è un uso imprevisto, improprio.

Gli usi improprî sono possibili dal momento in cui si decide di modificare la maniera in cui interagiamo con l’oggetto, di fare “cambiare traiettoria” all’oggetto. Resta, però, che esistono delle destinazioni d’uso proprie, principali, per le quali lo strumento è stato pensato, ed alcune improprie.

Chi non è d’accordo dovrebbe considerare questa pistola
Immagine di una pistola la cui canna spara il proiettile contro chi la impugna

The Purpose of a System Is What It Does

Consideriamo ora uno strumento informatico, un programma. Le stesse considerazioni fatte sino ad ora valgono pure in quest’ambito: un programma viene realizzato da qualcuno che individua una necessità ed una maniera di soddisfarla. Se riflettiamo, il programma è, ancora più che un oggetto, condizionato dalla fase di concezione, dato che un programma non è altro che una serie di istruzioni per compiere un determinato processo. Se tratto con il prodotto finito, a differenza di quel che accade con una penna o un martello, non posso modificare la maniera di interagire con un programma, rispetto a quanto è stato previsto: non posso impugnarlo in maniera diversa, cambiare radicalmente la sua relazione con il resto del sistema. Un programma sta nel suo sistema, informatico, richiede input e fornirà output seguendo le istruzioni che lo compongono.

The purpose of a system is what it soes, abbreviabile in POSIWID, è un concetto non a caso nato in ambito informatico: nel contesto sociale infatti, con l’interazione tra numerosi soggetti non facilmente prevedibili ed il sovrapporsi di molteplici cause ed azioni, il discorso è più complesso. Invece in un sistema informatico è evidente ed innegabile che il risultato di un sistema non è altro che quello per cui il sistema era stato programmato.

L’uso ed il risultato del ricorso ad uno strumento sono quindi predeterminati dalla natura dello strumento stesso, che può avere degli usi propri o impropri, e che quindi sfuggono a questa predeterminazione. Nel caso di strumenti informatici gli usi impropri sono esclusi.

Lo scopo

Ultimo elemento fondamentale è lo scopo di chi ricorre allo strumento: un martello è uno strumento concepito per colpire, uno scopo che possiamo definire genericamente “forte” o anche “violento”, ed è lo scopo di chi agisce a determinare se la forza o la violenza dello strumento saranno costruttive o distruttive. In mano ad un falegname, il martello può servire a costruire; in mano ad un assassino il martello diventa uno strumento di morte: l’identità della persona che ricorre allo strumento è un ottimo indizio per determinare quale sarà l’uso che verrà fatto dello strumento; altro elemento da tenere in considerazione sono le circostanze: il falegname, ma ubriaco, nel corso di una feroce lite che gli ha fatto travalicare il limite della ragione, di fronte ad un interlocutore violento, vedrà il martello in maniera diversa.

Nel principio ispiratore del sistema del porto d’armi riconosce tutto quanto sin qui detto: esistono strumenti con delle destinazioni precise da considerare con attenzione, in quanto particolarmente pericolosi. Alcuni soggetti causano un rischio troppo elevato se muniti di questi strumenti pericolosi, e quindi bisogna fare in modo che abbia accesso a questi strumenti solo chi offre un certo numero di garanzie di non pericolosità.

La carta dei diritti digitali

Consideriamo ora uno strumento che registra, aggrega ed analizza il traffico sui cavi di una data rete. Mettiamolo nelle mani di una persona a capo di una nazione, intenzionata a controllarne le comunicazioni, a annientare il dissenso tramite qualunque mezzo, ivi inclusa l’eliminazione fisica dei dissidenti. L’impiego dello strumento non è forse abbastanza prevedibile? Certi strumenti fisici sono delle armi, certi strumenti informatici sono delle armi informatiche.

Ecco perché io considero che le varie società che hanno venduto strumenti informatici di sorveglianza a Libia e Siria sono complici degli assassinî e delle torture dei dissidenti di quei paesi.

Le società, quelle che conosciamo, si chiamano Qosmos e Amésys, e sono francesi, oppure si chiamano Area e Hacking Team, e sono italiane (quest’ultima pure finanziata dalla regione Lombardia).

La Carta dei diritti digitali, nel suo ottavo punto, chiede l’impegno da parte dei candidati al Parlamento Europeo a far cessare il finanziamento statale di società che realizzano questi strumenti, di opporsi all’esportazione di questi strumenti in paesi dove, sullo scopo per il quale verranno usati, dubbi è difficile averne. Io sostengo la Carta dei diritti digitali e chiedo ai candidati alle elezioni europee di firmarla.

10 Commenti

  1. quindi se tu lavorassi in una ditta che produce micropocessori che possono essere usati bene o male, anche per opprimere, ti licenzieresti

    oppure se produci bisturi che possono armare anche la mano di un torturatore…

    vedi tu

    • Grazie per il commento, antonini,
      perché mi fa capire che non sono stato chiaro a sufficienza (a meno che tu non abbia letto con disattenzione, capita).
      Gli esempi che fai non valgono, ma vediamo perché. Il bisturi è sì uno strumento fondamentalmente violento (fatto per tagliare) ma disegnato e realizzato per uno scopo specifico, ossia l’uso in ambito chirurgico. Può armare la mano di un torturatore, di un medico che opera per espiantare organi per il loro traffico criminale… ma si tratta di usi improprî, che, come scrivevo, sono sempre possibili nell’ambito degli oggetti, che in funzione dello scopo di chi li usa possono assumere nuove funzioni, anche eventualmente impreviste.

      Un microprocessore è uno strumento per il calcolo, e come tale è assolutamente neutro. Può essere usato in maniera propria (dentro ad un computer), in maniera impropria (per fermare un tavolino traballante). Lo scopo di chi lo usa può farne uno strumento di morte o no. Ma nasce neutro.

      Pensa invece ad un tirapugni, quell’arnese di metallo fatto per rendere molto più doloroso e dannoso un pugno (per chi lo riceve): viene creato pensando ad una persona che ne picchia un’altra, viene creato per fare danni. Poi può anche servire per separare le diverse pezze di monete (uso improprio), ma è stato pensato per una cosa precisa.

      Cosa sono le “armi informatiche”? Dei programmi, o delle infrastrutture, pensati ad esempio per sorvegliare il traffico internet di un’intera nazione. Non sono neutri, e no, se i tuoi clienti principali sono degli stati autoritari o sanguinari non puoi fare finta che siano un semplice strumento, come una penna, come un microprocessore. E no, non possono avere un uso improprio: se fai partire LibreOffice, non navigherai in internet, fine. E no, se spendi migliaia di euro per comprare uno strumento di sorveglianza della rete a livello nazionale, non ci credo che usi la confezione del programma per fermare il tavolino che traballa…

      Spero di averti aiutato a rivedere i tuoi dubbi.

      D

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