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Avviare un MacBook senza pulsante di avvio

Talvolta succede che la tua capacità analitica della realtà fenomenologica fronteggia una spietata aporia e langue, priva di epifanie fotofore. In altre parole: a volte non ci capisci una cippa e ti senti scemo ed entri in contatto con il vero te.

Accendere un computer è semplice, lo sanno fare tutti, persino quelli che scrivono su un blog WordPress! È la competenza di base del giorno d’oggi: tanti non sanno né leggere, né scrivere, ma sanno accendere un computer (basta guardare un po’ su Facebook per convincersene). Accendere un computer è semplice. Tranne quando non lo è.

Perché a volte pigi il pulsante e niente. Tu ti aspetteresti di sentire quel rumore da robottino che si avvia ma niente.

Allora ripigi: colpa mia, ho schiacciato male. Ma no, niente. E non importa quanto pigi: potresti anche vendemmiarlo, quel tasto, ma niente melodia celestiale, no.

http://www.youtube.com/watch?v=AU3xlnfbYRE

Per mesi ho risolto il problema smontando la tastiera e montandone un’altra nella quale il pulsante funzionava (ma gli altri tasti no). Ora il gioco non funziona più, e quindi cerco di passare a cose più da duri, operando direttamente sulla scheda madre per avviare manualmente. Se ti interessa, sappi che può fare, almeno pare, per tanti modelli: anime buone hanno pubblicato varie istruzioni sulla rete. Ma non per la mia macchina, un MacBook Late 2006.

Ecco, se sei nella mia situazione, alla fine dell’articolo troverai una lista delle discussioni che ho trovato dopo una breve ricerca.

Se poi hai un MacBook Late 2006, beneficia della mia ricerca: i circuiti per l’accensione stanno proprio sotto al ventilatore.

Li riconoscerai grazie alle lettere PWR BTN.

Su quest’altra scheda logica si trova invece il simbolo dell’interruttore, poco sotto alla ventola: non so che modello di MacBook sia, l’unico riferimento che ho è la data sul modulo Airport, 2008. Potrebbe essere quindi un MacBook 2007 o 2008.

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Rompere il silenzio: come e perché

So che Nicola è un amico, e che è come amico che mi ha segnalato la sua incomprensione al mio ultimo intervento, in un commento. La sua incomprensione è in una certa misura la mia e forse quella di tanti altri: che dire, come reagire di fronte alle notizie dei nostri diritti e della nostra libertà aggredita e messa in pericolo dalla sorveglianza militare della rete?

Per quel che mi riguarda la domanda è aperta: chi ha dubbi, pareri, voci ed interrogativi sono tutti benvenuti.

Per ora la mia risposta, a minima, è questa.

  1. Rompere il silenzio. Parlarne.
  2. Prendere posizione. Ti interessa, ti preoccupa? Dillo, anche se non sai dire nient’altro che questo.
  3. Riconoscere le priorità.

Parlo di priorità perché, pesando attentamente le parole, credo che ciò di cui stiamo trattiamo coinvolga il presente delle nostre società, il loro funzionamento, la loro capacità di organizzazione, il loro funzionamento, e su un orizzonte un po’ più lungo la sorte dell’umanità intera.

E so che la prospettiva è quasi paralizzante: nessuno può portarne da solo il peso sulle spalle, nessuno può far fronte alle fondate paure che ne nascono. Ecco perché rompere il silenzio: per condividere il tutto, per condividere lo sforzo e la strada da percorrere.

Semplicemente rompere il silenzio: non per diventare ossessionati da questi temi, non per bere mangiare e respirare le preoccupazioni sulla sorveglianza. Rompere il silenzio per aprire gli occhi e riconoscere che alcune cose sono fuffa.

Ecco: lasciamo stare la fuffa, il ciarpame. Ignoriamolo. No, non dico tutto, ma almeno un pochettino.
Tevac, ad esempio, che nasce come punto di aggregazione per gli utenti Apple. Da più di un anno ha (di fatto) ignorato questi temi: ora cambia atteggiamento. E così possono fare altri: si può aprire mezzo occhio su queste notizie, no? Si possono lasciare stare un paio di aggiornamenti di versioni beta di sistemi operativi ancora non rilasciati? Si può evitare di fare costanemente da addetti stampa a costo zero per segnalare i prezzi di società che spiano e limitano i loro utenti? Si può tralasciare per un attimo di fare da tifoseria a delle multinazionali come se la felicità della tua vita e dei tuoi figli fosse in mano loro? Un giorno di pausa per le masturbazioni mentali di cosa uscirà nei negozi domani?

C’è qualcuno che ci ha semplificato il lavoro: ha sacrificato la sua intera vita.

Il mio nome è Edward Snowden. Lavoravo per il governo, ed ora invece lavoro per le persone.

Edward Snowden intervistato da Wired

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Fine del silenzio

Antonio Casilli ha segnalato uno studio che segnala come verosimilmente gli spazi di discussione in rete soffrono di una “spirale del silenzio”. Ne sarebbero preda gli argomenti che potrebbero non coincidere con la sensibilità dei nostri interlocutori: se non siamo sicuri che ci approveranno, li evitiamo. L’articolo muove da un sondaggio sulla disponibilità a discutere delle rivelazioni sulla sorveglianza della rete originate da Edward Snowden.

Per parte mia, da tempo desidererei affrontare l’argomento su queste pagine, ma, facile da constatare, ancora non l’ho fatto. Forse solo per altri impegni, o forse sono vittima pure io della spirale del silenzio.
Se così fosse, perché la spirale si fermi qui, lo dico forte e chiaro.

Fine del silenzio

Che siate d’accordo o no, sappiate che io considero di fondamentale importanza le rivelazioni iniziate a Maggio 2013 grazie ai documenti raccolti da Edward Snowden e da lui trasmessi a Glenn Greenwald e Laura Poitras.

Sono convinto che il comportamento di Edward Snowden è stato quello di un eroe la cui scelta può avere un impatto decisivo sul futuro dell’umanità, oggi ad un bivio.

Sono grato ai giornalisti che hanno dedicato spazio a queste rivelazioni, a coloro che hanno indagato ed a coloro che hanno tradotto: forse sbaglio, ma in Italia ho l’impressione che Stefania Maurizi sia un caso purtroppo unico di professionista impegnato nel seguire la vicenda.
Ringrazio anche Paolo Bernardi, che ha dedicato ampio spazio a queste vicende sul suo blog.

Parlate

Se la questione non vi è indifferente, parlane anche tu e interroga chi credi che ne dovrebbe parlare. Io, ad esempio, sono rimasto stupito dall’assenza di interesse per queste vicende da parte dei vari blog italiani che si occupano di tecnologia. Per limitarmi a due esempi della sfera Apple, perché Spidermac e Saggiamente sono rimasti silenziosi, ma soprattutto, sono pronti a rompere la spirale del silenzio?


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Male accompagnati

Vivendo o lavorando insieme, una certa dose di frizioni e dissapori è da mettere in conto. Essere d’accordo sempre e su tutto semplicemente non è possibile.
Vivere un’esperienza rude ed estraniante come un processo metterebbe a dura prova qualunque gruppo, anche il più saldo.
Tuttavia, anche tenuto conto di queste premesse, è comunque sorprendente osservare le valutazioni che Fredrik e Peter danno dei loro compagni di gesta e di sventura. Read more

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Ognuno per la sua strada

Sembrerà un dettaglio, anzi, certamente lo è. Se si pensa ai mesi di processo, alla detenzione in carcere, al montante colossale dei risarcimenti, alla salute degli imputati che, nel corso dei mesi, si deteriora, è difficile evocare altri argomenti senza che paiano ridicoli, risibili o tragicamente irrilevanti.
È un dettaglio quindi, ma un dettaglio ricco di senso.

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Una manica di incapaci

Qualcuno dovrebbe contarli. Ma chi, chi sarebbe capace di armarsi della pazienza necessaria?
Sto pensando ai discorsi sull’informatica, i computer o le realtà numeriali che sfuggano all’evocare, prima o poi, l’immagine di “due ragazzi in un garage“. È un’immagine cara alla retorica di quest’ambito, anzi, addirittura un luogo comune; l’epiteto al quale l’oratore, anche mediocre, può appigliarsi per dare forza al suo discorso e dargli toni epici.

Consapevole di questo, come potrei raccontare a mia volta la storia di due ragazzi in un garage?
Per fortuna non devo: The Pirate Bay è la storia di due ragazzi. Punto. Senza nessun garage. Read more